E poi

Stato

  Mark Rothko – No 14

 

E poi

l’acqua bagnava

la tua voce

incrinandola

 

Come l’aria

che tuo padre

aveva cercato

Il giorno prima

 

Un filo

d’erba  piegato

tra fiori di loto

dopo la tempesta

 

Nei campi dietro casa

le fragole d’ottobre

arrossivano

di una nuova primavera

Haiku metropolitano

                               Davis Stuart, Lucky Strike (1921)





Una sigaretta

un momento acceso.

Cenere del tempo

 

 

                                                                                                                                                                                     

Agosto 2020


Opera grafica di Claudia Marini (2004)

 

Le poesie sono oggetti fragili ed evanescenti, che si rompono negli spostamenti. Per questo restano nascoste e vengono portate solo a chi è capace di maneggiarle con cura.

Come i sogni.

Così, su questo mio blog, che assomiglia più al diario di un tempo degli adolescenti, oggetto segreto e misterioso che viene lasciato aperto per essere letto casualmente solo da chi lo incontra, lascerò traccia nelle prossime domeniche delle poesie che, come piccoli fiori primaverili, sono nate in questa estate solitaria, silenziosa e assorta.

In fondo, come dice il poeta, “la solitudine è tempo trascorso insieme al mondo”.

Maggio


Silvestre Ferruzzi - Libeccio elbano
 
Qualcosa di inafferrabile
cerca il mio pugno
chiudendosi nell’aria
resa tiepida dall’aprile.
 
Qualcosa di invisibile
attraversa il mio corpo
esposto alla sua presenza
silenziosa e febbrile.
 
Vento di libeccio
portami polvere e pioggia
lascia il mio futuro
ancora confuso.
 
 
 

Surplace


Robert Motherwell - Malaga
 
Lento
si muove il tempo
Piano
si muovono i gesti
Sospesi
gli umani con i cani
Silenti
come in un coprifuoco
 
Bramose
le reti dei computer
Affannate
ricercano gli incontri
Violenta
la natura riprende
L’interrotto
sonno dei vecchi
 
Lontano
un violino in ottava
Distratta
fa danzare la morte

nove marzo duemilaventi (di Mariangela Gualtieri)

Pierre Soulages,Lithographie

 

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
 piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.