Low live in Padova, 5 aprile 2019

Dopo un’attesa che sembra infinita, si diffonde nei frattali della sala dell’Hall di Padova (attrezzata per l’occasione di sedie blu) la musica oscura e avvolgente dei Low, accompagnata dalle loro ombre sullo sfondo, lunghe e mobili.
Alle spalle dei musicisti statunitensi (del Minnesota), durante il concerto, tre schermi verticali accompagneranno i suoni, con immagini sfuocate, colorate, sgranate o ingrandite, come se fossero telefoni cellulare che mantengono un contatto visivo con un pubblico entusiasta, tenendolo ancorato alla realtà.
Esili e sfuggenti, melodici e dissonanti allo stesso tempo, i Low procedono nel concerto come un gigante dai passi lenti e pesanti, coinvolgendo inesorabilmente gli spettatori, anche ferendoli con raffiche di musica e luci che improvvisamente li illuminano.
Così, la rappresentazione artistica e sonora che il gruppo propone, racconta, anche politicamente, i nostri tempi oscuri e incerti.
Restano bellissimi e evocativi gli intrecci delle armonie vocali tra la batterista e cantante del gruppo, Mimì Parker, e il chitarrista, front man e voce (oltre che marito) Alan Sparhawk. Il trio si completa con il bassista Steve Garrington, che sigla l’incalzare ritmico della band.
Un’ora e mezza di musica indimenticabile, che spazia fino all’ultimo album, “Double negative“, con “Always trying to work it out” e “Fly” che lasciano senza fiato.
Marco e Enrico

Jerusalem in My Hearth live in Verona, 23 novembre 2018


Sono un colpo di pistola Jerusalem in My Heart e colpiscono al cuore! 
I loro proiettili sono il musicista libanese Radwan Ghazi Moumneh e il film maker canadese Charles-André Coderre. 
Il libanese accompagna la voce con il buzuk e l’ ausilio di una loop station, campionamenti e registrazioni effettuate sul campo, mixando musica araba in un setting elettronico occidentale. 
Il canadese proietta in sequenza pellicole da 60mm, da 4 proiettori posti di fronte al palco, colorando di esplosioni e immagini iconiche mediorientali più o meno a fuoco, i suoni (stratificati e ricomposti a loro volta) che invadono lo spazio.
Così, al Kroen di Verona, hanno presentato il loro ultimo lavoro Daqa’iq Tudaiq, e sembrava di essere ne l’Egitto prima delle sabbie del primo Battiato.
Gli artisti scrivono che il live è un site-specific performance happening, che unisce elementi multimediali e teatrali in un’unico spettacolo.
L’esito è un concerto che lascia incollati, infastiditi, affascinati, smarriti, incuriositi di vedere cosa ancora sta per accadere, con la possibilità di dare allo spettatore una possibilità diversa di ascolto e di visione.
L’accusa di antisemitismo non rende merito dell’immagine fuori fuoco del retro copertina di “If he dies, if if if if if if”, in uno scatto realizzato nel luglio del 2014: quattro bambini corrono sulla spiaggia poco prima di un nuovo attacco israeliano nella striscia di Gaza, che li lascerà immobili sulla sabbia.
Marco e Enrico

C’mon Tigre live in Brescia, 22 marzo 2019

C’mon Tigre o C’est mon Tigre (nella doppia accezione di significato, provocatoria e/o protettiva)? Sicuramente la seconda!
Le radici (Racines), a cui allude il titolo del nuovo lavoro del gruppo in concerto alla Latteria Molloy di Brescia, sono un flusso continuo e rotondo di suoni sincopati e sotterranei, un viaggio nella musica contemporanea che rimbalza sulle sponde del Mediterraneo, passando per Berlino, fino a d arrivare all’East Coast americana.
 “There’s not one single place , there are many places. There’s not one single face, there are many faces”  scrivono C’mon Tigre sul loro sito.      
E così sonorità di derivazione araba e africana, si mescolano con ottoni Jazz, talk box del front man della band, sintetizzatori e sequencer (praticamente tutti i musicisti hanno davanti una consolle), chitarre, xilofoni elettronici, cori, battiti di mani.
Occorre qualche pezzo per entrare fino in fondo nel mood dei C’mon Tigre, per permettere alla musica di sciogliersi dentro, facendoti irresistibilmente muovere, fino ad arrivare, dopo un pò meno di un’ora e mezzo di concerto, alla bellissima Federation Tunisienne de Football (il video nel link di seguito), del precedente primo omonimo lavoro, che chiude il concerto nel visibilio degli spettatori. 
La band sul palco non si presenta, ma sappiamo essere un collettivo, composto da un misterioso duo di italiani (voce e chitarra), che si avvalgono della collaborazione di altri musicisti (nel concerto come nell’album) da tutto il mondo, compreso il compianto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax.
Chicca finale, il vinile dell’album Racines, impreziosito da un booklet di 84 pagine che riportano il testo dei brani e  splendide illustrazioni su ciascun pezzo, curate da Harri Peccinotti, Danijel Zezelj, Mode 2, Gianluigi Toccafondo, Boogie, Sic Est, Shigekiyuriko Yamane, Stefano Ricci, Ericailcane, Maurizio Anzeri.

Wooden Shjips live in Roma – 14 marzo 2019

Nell’autunno 2018 io e Enrico siamo stati intrigati dall’ultimo album V dei Wooden Shjips, gruppo statunitense capitanato dal chitarrista ERipley Johnson. Lo stile musicale della band è un rock psichedelico sulle tracce della West Coast americana.
Da qui la decisione di andare a Roma al circolo Monk, lo scorso 14 marzo, dove si esibivano.
Nel concerto, il suono è stato incalzante, raffinato, avvolgente. Nel gruppo, composto da quattro musicisti (Nash Whalen all’organo, Omar Ahsanuddin alla batteria, Dusty Jermier alla basso) ha spiccato la chitarra di Ripley Johnson, che di fatto guida e trascina la band (e il pubblico) per tutto il concerto, in un vortice caldo e colorato. I riff di chitarra sono sembrati puliti e mai ripetitivi, gli affondi in distorsione mai grezzi o cupi. L’effetto finale è stato un suono piacevole e coinvolgente, per oltre un‘ora di musica, con un pubblico (non particolarmente giovane) entusiasta.
Sul fondale dietro i musicisti (e quindi addosso a loro!) Sanae Yamada, la compagna (sia nei Moon Duo che nella vita) di Ripley, proiettava dei giochi di luce caleidoscopica in un loop psichedelico.
Efficiente la gestione del Monk nell’organizzazione degli spazi (di fronte alla sala concerto, oltre un cortile, c’è un piacevole ritrovo con cucina e bar), oltre che nella possibilità di offrire una fruizione di qualità della musica.

https://youtu.be/xN0bkvD7SaA

Stavolta piano

Egon Schiele: l’abbraccio

 

Piano,

stavolta piano,

perché il gemito

non diventi affanno,

perché la salita

diventi piano,

per tornare ancora da te.

Piano,

stavolta piano,

cercando il tempo

per sfiorarci,

cercando la bocca

per baciarci,

cercando i nostri corpi stesi

Piano,

stavolta piano,

perché l’onda 

ci sorprenda,

e di brividi attraversi

i nostri cuori affranti,

in cerca di un riparo.

Piano,

ma ora non più piano,

quando arriva il vento

che travolge i sensi,

valanga dalla cima

che cerca il porto,

per venire assieme a te.

Tre vite

Dei miei 17 anni
che ho vissuto nell’incertezza del presente

Dei miei 37 anni
che ho guardato ridendo il futuro

Dei miei 57 anni
che ho fermato per guardarmi le spalle

Restano boccioli di rosa
che li racchiudono tutti assieme